| A Napoli, come per molti altri centri
del presepe, la tradizione presepiale trovò
terreno fertile fin dal primo insorgere; però
le opere iniziali, ad onta del loro indubbio interesse,
non si staccarono dagli esempi di altri centri.
I figurari di quel periodo riproposero modelli consueti
e nei gruppi, composti in grandezza al vero, ripeterono
senza varianti di rilievo la figurazione legata al
cliché francescano.
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Donna vecchia con ceste di pane
e formaggi.
Stile '700 napoletano.
Collezione privata, Roma. |
Esempi pregevoli furono: i due Presepi di Santa Maria
la Nova (il primo intagliato da Agnolo Fiore ed il
secondo scolpito in marmo da Girolamo Santacroce),
il Presepe ligneo di Giovanni da Nola in San Giuseppe
Maggiore, ed il Presepe di Antonio Rossellino
erroneamente creduto opera di Donatello nella
cappella Piccolomini della chiesa di Sant'Anna dei
Lombardi. Un cenno a parte merita il presepe mobile,
tipo largamente adottato in seguito, che veniva allestito
annualmente in Santa Brigida con i pastori di Michele
Perrone.
Ma il ciclo evolutivo che doveva fare del pastore
napoletano un esemplare di assoluta originalità,
ebbe inizio nel corso del secolo XVII, quando per
così dire si svolse un processo di 'dinamicizzazione'
in due fasi principali: l'adozione di giunture a snodo
per tutte le articolazioni della figura di legno e,
successivamente, l'applicazione sia della testa che
degli arti, sempre scolpiti in legno ma in pezzi distinti,
su un manichino ottenuto avvolgendo della stoppa attorno
ad un'anima di fil di ferro. Ciò permise di
mutare all'infinito la composizione del presepe pur
adoperando gli stessi pastori, cui veniva impresso
- nei limiti imposti dalle sue caratteristiche - un
atteggiamento funzionale all'equilibrio della scena.
Gli artisti operanti in questo periodo furono, oltre
al citato Perrone, Giuseppe Picano, Lorenzo Vaccaro,
Andrea Falcone, Nicola Fumo, Bartolomeo Granucci,
Giacomo Colombo, Fortunato Zampini, il Buonino.
Una ulteriore, decisiva, innovazione si ebbe agli
inizi del Settecento. Stabilizzata l'altezza delle
figure nella misura terzina (variabile dai 35 ai 40
cm. circa), alle teste di legno si sostituirono le
testine modellate in terracotta, la cui duttilità,
oltre ad accelerarne l'esecuzione, consentiva una
maggiore finezza ed una eccezionale morbidezza espressiva.
Quando, con l'avvento di Carlo di Borbone, le arti
subirono un vigoroso impulso, la produzione presepiale,
ormai forte di una solida tradizione artigiana, poté
quindi entrare, senza ulteriori indugi, nella fase
di massimo splendore.
Il devoto interessamento del re e del suo fidato consigliere
padre Rocco, che si proponeva di farne uno strumento
di propaganda religiosa, ebbe una importanza determinante
procurando al presepe un incondizionato consenso di
pubblico. Senonché, nonostante la sua straordinaria
diffusione, definita da Dario Cecchi "una pazzia
collettiva della Napoli settecentesca", invece
di esaudire gli intendimenti moralistici di padre
Rocco, per la deformante sollecitazione che la fantasia
popolare gli imprimeva, finì col riporre ogni
più recondito sentimento religioso esaurendosi
in un divertissement elegante e raffinato
che solo la eccezionale abilità dei suoi artefici
poté riscattare.
Intorno al tempio - caratterizzato dal classico 'scoglio'
realizzato in legno, sughero, cartapesta, gesso e
concepito con primi, secondi piani e "lontananze"
- i personaggi popolano e animano le diverse scene
del presepio: (oltre alla Natività) l'annuncio
ai pastori; il corteo degli orientali, la taverna.
La fantasia popolare, abbandonato ogni residuo indugio,
esplode in un artificio di invenzioni che però
mai si distaccano dalla realtà circostante,
ed il racconto evangelico è travolto e sommerso
da una moltitudine di scene e personaggi, prettamente
napoletani, tratti dalla vita di ogni giorno. La castagnara,
l'arrotino, la zingara, il pezzente, il cieco, lo
storpio, il macellaio, danno vita ad una singolare
corte dei miracoli, cui è contrapposta l'opulenza
del mondo orientale, con il fasto e la ricchezza del
seguito dei Re Magi.
A realizzare quest'arte, eterogenea come ogni forma
di spettacolo, concorsero artisti della più
diversa provenienza; pittori, scultori, architetti,
modellatori di porcellana, musicisti, sarti.
Quali autori di testine si distinsero gli scultori
Matteo e Felice Bottiglieri, Domenico Antonio Vaccaro,
Nicola Somma, Francesco Celebrano, Giuseppe Cappiello.
Un cenno a parte merita Giuseppe Sammartino (la più
spiccata e vivace personalità artistica tra
gli scultori napoletani del XVIII secolo) con la folta
schiera dei suoi valentissimi allievi: Salvatore di
Franco, Angelo Viva, Giuseppe Gori, ed il fratello
Gennaro Sammartino.
Tra tanti professionisti, unico dilettante ma di eccezionale
raffinatezza e sensibilità, fu Lorenzo Mosca,
impiegato della Real Segreteria del Ministero della
Guerra.
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| Angelo. XVIII sec. |
Mentre gli autori innanzi citati provvedevano a plasmare
le testine, per il completamento del pastore interveniva
una folta schiera di artigiani. Le mani ed i piedi
erano affidati ad alcuni intagliatori specializzati
tra i quali eccelse un certo Tozzi; nella confezione
degli abiti, arte in cui si dilettava la stessa regina,
si distinse un tal Matteo e, più tardi, Giovanni
Ferri, i quali desumevano i loro modelli dai costumi
di Terra di Lavoro, di Basilicata, di Abruzzo, di
Calabria, della vicina Procida, curandone la realizzazione
fin nei particolari più trascurabili.
Una varia e sterminata moltitudine di accessori impegnava
orafi, argentieri, costruttori di strumenti musicali
(tra questi il celebre Vinaccia), e gli artigiani
di Vietri, di Cerreto di Abruzzo, che fornivano le
minuscole brocche, i piatti, i vasi, decorati secondo
la migliore tradizione delle singole scuole. La confezione
dei cestini di frutta in cera rimane legata alla straordinaria
abilità di Luigi Ardia, detto il Farinariello,
e non è improbabile una partecipazione di Caterina
de Julianis, meglio nota come autrice di squisiti
Ecce Homo in cera. Specialista per le verdure fu Giuseppe
de Luca, autore tra l'altro di pochi ma eccellenti
pastori. Il Gori, il Trillocco, il Mosca, Nicola Ingaldi
sono ricordati anche come animalisti: in tal genere
eccelsero Francesco di Nardo, Nicola e Saverio Vassallo,
Francesco Gallo, Carlo Amatucci e Tommaso Schettino.
Infine, tra gli allestitori, bisogna segnalare alcuni
pittori ed architetti di discreta rinomanza: Nicolò
Tagliacozzi Canale, Desiderio de Bonis, Muzio Nauclerio
e Francesco Cappello, i quali facevano ricorso alle
seduzioni di un'arte affinata nella antichissima consuetudine
di apparatori di feste; ed inoltre lo stesso Lorenzo
Mosca, Salvatore Fergola di lui si conservano
quattro buzzettoni di carattere prettamente ottocentesco
alla reggia di Caserta , e gli scenografi del
San Carlo, Giuseppe Baldi e Raffaele Gentile, addetti
ai presepi di casa reale.
Dopo il regno di Ferdinando IV il presepe cominciò
a decadere. La maggior parte dei presepi furono definitivamente
smontati, i pastori venduti o dispersi. Di questi
fantastici presepi non è giunto fino a noi
quasi nulla. Tra i pochi salvati, va ricordato il
magnifico allestimento Cuciniello, donato dallo scrittore
Michele Cuciniello alla città di Napoli e conservato
nel Museo della Certosa di San Martino. |