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OGGI: 05 Febbraio 2012
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Il presepe napoletano

A Napoli, come per molti altri centri del presepe, la tradizione presepiale trovò terreno fertile fin dal primo insorgere; però le opere iniziali, ad onta del loro indubbio interesse, non si staccarono dagli esempi di altri centri.
I figurari di quel periodo riproposero modelli consueti e nei gruppi, composti in grandezza al vero, ripeterono senza varianti di rilievo la figurazione legata al cliché francescano.

Donna vecchia con ceste di pane e formaggi.
Stile '700 napoletano.
Collezione privata, Roma.

Esempi pregevoli furono: i due Presepi di Santa Maria la Nova (il primo intagliato da Agnolo Fiore ed il secondo scolpito in marmo da Girolamo Santacroce), il Presepe ligneo di Giovanni da Nola in San Giuseppe Maggiore, ed il Presepe di Antonio Rossellino – erroneamente creduto opera di Donatello – nella cappella Piccolomini della chiesa di Sant'Anna dei Lombardi. Un cenno a parte merita il presepe mobile, tipo largamente adottato in seguito, che veniva allestito annualmente in Santa Brigida con i pastori di Michele Perrone.

Ma il ciclo evolutivo che doveva fare del pastore napoletano un esemplare di assoluta originalità, ebbe inizio nel corso del secolo XVII, quando per così dire si svolse un processo di 'dinamicizzazione' in due fasi principali: l'adozione di giunture a snodo per tutte le articolazioni della figura di legno e, successivamente, l'applicazione sia della testa che degli arti, sempre scolpiti in legno ma in pezzi distinti, su un manichino ottenuto avvolgendo della stoppa attorno ad un'anima di fil di ferro. Ciò permise di mutare all'infinito la composizione del presepe pur adoperando gli stessi pastori, cui veniva impresso - nei limiti imposti dalle sue caratteristiche - un atteggiamento funzionale all'equilibrio della scena.
Gli artisti operanti in questo periodo furono, oltre al citato Perrone, Giuseppe Picano, Lorenzo Vaccaro, Andrea Falcone, Nicola Fumo, Bartolomeo Granucci, Giacomo Colombo, Fortunato Zampini, il Buonino.

Una ulteriore, decisiva, innovazione si ebbe agli inizi del Settecento. Stabilizzata l'altezza delle figure nella misura terzina (variabile dai 35 ai 40 cm. circa), alle teste di legno si sostituirono le testine modellate in terracotta, la cui duttilità, oltre ad accelerarne l'esecuzione, consentiva una maggiore finezza ed una eccezionale morbidezza espressiva.
Quando, con l'avvento di Carlo di Borbone, le arti subirono un vigoroso impulso, la produzione presepiale, ormai forte di una solida tradizione artigiana, poté quindi entrare, senza ulteriori indugi, nella fase di massimo splendore.
Il devoto interessamento del re e del suo fidato consigliere padre Rocco, che si proponeva di farne uno strumento di propaganda religiosa, ebbe una importanza determinante procurando al presepe un incondizionato consenso di pubblico. Senonché, nonostante la sua straordinaria diffusione, definita da Dario Cecchi "una pazzia collettiva della Napoli settecentesca", invece di esaudire gli intendimenti moralistici di padre Rocco, per la deformante sollecitazione che la fantasia popolare gli imprimeva, finì col riporre ogni più recondito sentimento religioso esaurendosi in un divertissement elegante e raffinato che solo la eccezionale abilità dei suoi artefici poté riscattare.

Intorno al tempio - caratterizzato dal classico 'scoglio' realizzato in legno, sughero, cartapesta, gesso e concepito con primi, secondi piani e "lontananze" - i personaggi popolano e animano le diverse scene del presepio: (oltre alla Natività) l'annuncio ai pastori; il corteo degli orientali, la taverna. La fantasia popolare, abbandonato ogni residuo indugio, esplode in un artificio di invenzioni che però mai si distaccano dalla realtà circostante, ed il racconto evangelico è travolto e sommerso da una moltitudine di scene e personaggi, prettamente napoletani, tratti dalla vita di ogni giorno. La castagnara, l'arrotino, la zingara, il pezzente, il cieco, lo storpio, il macellaio, danno vita ad una singolare corte dei miracoli, cui è contrapposta l'opulenza del mondo orientale, con il fasto e la ricchezza del seguito dei Re Magi.

A realizzare quest'arte, eterogenea come ogni forma di spettacolo, concorsero artisti della più diversa provenienza; pittori, scultori, architetti, modellatori di porcellana, musicisti, sarti.

Quali autori di testine si distinsero gli scultori Matteo e Felice Bottiglieri, Domenico Antonio Vaccaro, Nicola Somma, Francesco Celebrano, Giuseppe Cappiello.
Un cenno a parte merita Giuseppe Sammartino (la più spiccata e vivace personalità artistica tra gli scultori napoletani del XVIII secolo) con la folta schiera dei suoi valentissimi allievi: Salvatore di Franco, Angelo Viva, Giuseppe Gori, ed il fratello Gennaro Sammartino.
Tra tanti professionisti, unico dilettante ma di eccezionale raffinatezza e sensibilità, fu Lorenzo Mosca, impiegato della Real Segreteria del Ministero della Guerra.

Angelo. XVIII sec.

Mentre gli autori innanzi citati provvedevano a plasmare le testine, per il completamento del pastore interveniva una folta schiera di artigiani. Le mani ed i piedi erano affidati ad alcuni intagliatori specializzati tra i quali eccelse un certo Tozzi; nella confezione degli abiti, arte in cui si dilettava la stessa regina, si distinse un tal Matteo e, più tardi, Giovanni Ferri, i quali desumevano i loro modelli dai costumi di Terra di Lavoro, di Basilicata, di Abruzzo, di Calabria, della vicina Procida, curandone la realizzazione fin nei particolari più trascurabili.
Una varia e sterminata moltitudine di accessori impegnava orafi, argentieri, costruttori di strumenti musicali (tra questi il celebre Vinaccia), e gli artigiani di Vietri, di Cerreto di Abruzzo, che fornivano le minuscole brocche, i piatti, i vasi, decorati secondo la migliore tradizione delle singole scuole. La confezione dei cestini di frutta in cera rimane legata alla straordinaria abilità di Luigi Ardia, detto il Farinariello, e non è improbabile una partecipazione di Caterina de Julianis, meglio nota come autrice di squisiti Ecce Homo in cera. Specialista per le verdure fu Giuseppe de Luca, autore tra l'altro di pochi ma eccellenti pastori. Il Gori, il Trillocco, il Mosca, Nicola Ingaldi sono ricordati anche come animalisti: in tal genere eccelsero Francesco di Nardo, Nicola e Saverio Vassallo, Francesco Gallo, Carlo Amatucci e Tommaso Schettino.
Infine, tra gli allestitori, bisogna segnalare alcuni pittori ed architetti di discreta rinomanza: Nicolò Tagliacozzi Canale, Desiderio de Bonis, Muzio Nauclerio e Francesco Cappello, i quali facevano ricorso alle seduzioni di un'arte affinata nella antichissima consuetudine di apparatori di feste; ed inoltre lo stesso Lorenzo Mosca, Salvatore Fergola – di lui si conservano quattro buzzettoni di carattere prettamente ottocentesco alla reggia di Caserta –, e gli scenografi del San Carlo, Giuseppe Baldi e Raffaele Gentile, addetti ai presepi di casa reale.

Dopo il regno di Ferdinando IV il presepe cominciò a decadere. La maggior parte dei presepi furono definitivamente smontati, i pastori venduti o dispersi. Di questi fantastici presepi non è giunto fino a noi quasi nulla. Tra i pochi salvati, va ricordato il magnifico allestimento Cuciniello, donato dallo scrittore Michele Cuciniello alla città di Napoli e conservato nel Museo della Certosa di San Martino.