| Le più antiche testimonianze
sopravvissute dei Presepi pugliesi appartengono alla
seconda metà del Quattrocento, mentre nel Cinquecento
si assiste ad un notevole sviluppo del fenomeno, che
va lentamente declinando nel Seicento sino a cessare
quasi completamente nel Settecento. Testimonianze
documentarie, storiche ed orali ci dimostrano come
essi fossero assai più numerosi di quel che
ne è sopravvissuto lascerebbe credere.
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Grottaglie, chiesa
di Santa Maria del Carmine.
Particolare del Presepe di Stefano Putignano |
La comparsa dei Presepi monumentali in Puglia - saranno
considerati "pugliesi" anche i Presepi localizzati
nell'attuale provincia di Matera, non solo perché
questa sino al 1663 fece parte integrante della Terra
d'Otranto, ma anche perché il suo territorio
è del tutto omogeneo, dal punto di vista morfologico,
fisico e antropico, a quello dell'alta Murgia non
senza conseguenze, come vedremo, anche nell'ambito
specifico dei presepi - avviene in concomitanza con
la rinascita della statuaria in pietra, legata ai
nomi di alcuni scultori di cui si va sempre meglio
precisando la fisionomia artistica: da Nuzzo Barba
di Galatina (la cui attività documentata si
pone tra il 1484 e il 1523, ma che non è improbabile
abbia iniziato la sua carriera già verso il
1475-80), a Stefano Pugliese da Putignano (notizie
dal 1491 al 1538), a Paolo da Cassano (documentato
attivo tra il 1511 e il 1535), ad Altobello Persio
(Montescaglioso 1507 - Matera 1593), al fratello Aurelio
(Montescaglioso 1518 - Castellana 1551), al leccese
Gabriele Riccardi (notizie dal 1524 al 1570).
In analogia con quanto si può osservare per
la statuaria, anche i Presepi pugliesi, dal più
antico (Galatina, chiesa di Santa Caterina d'Alessandria)
al più recente (Putignano, chiesa Matrice)
sono eseguiti in pietra locale, dal calcare al carparo
alla più tenera pietra leccese, materiali senz'altro
più resistenti a paragone della terracotta,
dello stucco o del legno usati in altre aree, che
ne giustificano sicuramente l'eccezionale conservazione.
La Puglia, attiva importatrice dalla Grecia di marmi
destinati alle suppellettili ecclesiastiche almeno
sino all'inizio del XIII secolo, ha saputo sfruttare
in seguito l'eccezionale disponibilità in loco
della pietra, tanto abbondante da contendere lo spazio
al magro terreno: e come la pietra è l'elemento
caratterizzante delle grandi Cattedrali medievali
e dei castelli normanni e federiciani, lo diviene
poi di statue, altari, edicole, arredi, monumenti
sepolcrali che costituiscono il cospicuo e misconosciuto
patrimonio ereditato dai secoli XV e XVI.
Nel caso dei Presepi, similmente a quanto si verifica
per la statuaria a destinazione devozionale, la pietra
non è mostrata a vista dallo scultore, ma mascherata
da una vivace policromia, con intenti fortemente realistici
se non di vera e propria mimesi del reale. Fa eccezione
quel che rimane del Presepe cinquecentesco della Cattedrale
di Lecce, realizzato in bianca pietra leccese, un
materiale tanto poroso da sconsigliare l'uso della
policromia.
L'effetto realistico che si richiedeva ai Presepi
attraverso il colore era forse in rapporto con la
loro destinazione e, non meno, con la loro funzione:
se si indaga infatti sulla dislocazione dei Presepi
pugliesi, se ne ricava che la maggior parte di essi
è (od era) collocata in chiese di conventi
appartenenti all'Ordine dei Minori Osservanti. Nel
rinnovare, attraverso i Presepi fissi, quello di Greccio
voluto da San Francesco nel 1223, i Francescani intendevano,
conformemente alla loro regola, rivolgersi direttamente
al cuore della gente umile con un linguaggio semplice,
di presa immediata, estremamente efficace nel suo
non esprimersi per simboli ma per cose.
La destinazione "popolare" è chiara anche per
i numerosi Presepi collocati in chiese di grande frequentazione,
Matrici e Cattedrali.
Il carattere tipico del Presepe si manifesta quindi
nello specifico medium adottato, la pietra, che si
nasconde e fa da supporto al colore, solo raramente
pervenutoci nella sua stesura originaria, più
spesso appesantito da interventi che, pur se per la
maggior parte di livello assai scadente, sono testimonianza
comunque della vitalità di queste immagini
e in questo senso prezioso documento della continuità
della devozione.
La disponibilità della pietra detta anche scelte
iconografiche particolari, come l'adozione ricorrente
- stando almeno a quel che si può dedurre dagli
esemplari meglio conservati - della grotta, talora
arricchita da stalattiti, in omaggio alla morfologia
di una terra carsica per eccellenza qual è
la Puglia.
È probabile comunque che la pietra, pur nelle
sue specificazioni locali, non costituisse l'unico
materiale adottato dai "presepari" pugliesi e che
accanto ad essa si perpetuasse e desse parallelamente
i suoi frutti l'antica arte di modellare, cuocere
e dipingere la terra, analogamente a quanto avveniva
in terre di grande tradizione fittile, come l'Emilia,
la Toscana, l'Abruzzo.
I Presepi pugliesi hanno un'impaginazione compositiva
pressoché costante. Nei più completi
tra essi il gruppo della Sacra Famiglia, di grandezza
all'incirca al naturale, è collocato in una
grotta, in alcuni casi ricavata dalla viva roccia
sommariamente sbozzata, in altri ottenuta con l'accostamento
di pietre, legate o non dalla malta.
Sull'estradosso della grotta sono rappresentate le
scene dell'Annuncio ai pastori e della Cavalcata dei
Magi (quest'ultima si snoda di solito da una porta
di città). Entrambe sono accompagnate da una
pittoresca e multiforme folla di figure umane e di
animali, talora esotici, che compongono gustose scenette
di genere.
Contrariamente a ciò che avverrà nei
presepi campani, dove la Natività è
spesso confinata in un angolo per dare maggior spazio
al fasto che la circonda, la Sacra Famiglia e la grotta
rappresentano l'elemento centrale verso cui convergono
l'andamento corale dell'allestimento e l'attenzione
dello spettatore.
Se la storia più antica dell'arte presepiale
pugliese è sicuramente legata alla scultura
in pietra, la tecnica più conosciuta, viva
ancora oggi, è quella della cartapesta iniziata
nell'Ottocento dai cartapestai del Salento e di Lecce.
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Giuseppe De Tommasi:
San Giuseppe e pastore (particolare), 1993 |
Primo protagonista fu Mesciu Pietru de li Cristi,
soprannome del primo cartapestaio documentato (Pietro
Surgente 1742-1827) che fu maestro (mesciu) di una
schiera di grandissimi scultori della cartapesta nell'Ottocento.
Nel secolo scorso si passa dalle grandi statue per
altari, alle piccole statue per i presepi. Cominciò
un certo Mesciu Chiccu Pierdifumu a modellare pupi
da presepe in creta, che poi, aiutato da sua moglie
Assunta Rizzo, "vestiva" con pezzi di stoffa alla
napoletana per le misure più piccole e con
fogli drappeggiati di carta imbevuta di colla per
le misure più grandi (fino a 30 cm.) in cui
il corpo veniva ridotto a uno scheletro di fil di
ferro e stoppa. Così, impercettibilmente, si
passò dal classico pupo napoletano al classico
pupo leccese (anche se si pensa che questo passaggio,
da un prodotto di importazione ad uno autoctono, possa
risalire già alla metà del XVIII sec.).
Accanto alla attività degli artisti professionisti
si assiste ad una vera e propria germinazione spontanea
di artisti popolari, tra i quali spicca la classe
dei barbieri di Lecce, che intorno al 1840 cominciarono
ad imitare i cartapestai e, nelle lunghe ore libere
del loro lavoro con pettini e forbici, si dettero
a modellare sia la carta pestata che la creta con
mani, bulini e stampi. Naturalmente i grandi maestri
cartapestai, che si sentivano scultori a tutti gli
effetti, arricciavano il naso davanti ai ben più
modesti prodotti dei barbieri accusati di aver provocato
la decadenza dellarte facendo pupi in serie
con gli stampi; eppure quei pupetti erano sempre uno
diverso dallaltro perché la fantasia
di ciascun puparo cambiava colori, posizione delle
braccia, dettagli del vestiario, accessori aggiuntivi
tanto da dare ciascuno una sua impronta personale
al manufatto, alla sua creaturina di creta. Comunque
la convivenza fra le due categorie fu sempre pacifica,
frequenti furono i passaggi dalluna allaltra
anche perché ciò che i cartapestai conquistavano
in qualità i barbieri pupari conquistavano
in quantità e diffusione, dato che entrambe
le categorie rispondevano alle esigenze di due diversi
livelli di utenza e committenza.
Quei presepi di cartapesta, pupi e fondali, che a
Natale si allestivano in ogni chiesa e in ogni casa,
grandi e piccoli, oggi sono introvabili. Nessuno o
quasi li ha salvati dalla distruzione come cimeli
darte o di storia perché nelluso
pugliese il presepio è sempre stato un bene
di consumo, funzionale alla celebrazione del Natale,
da farsi per la circostanza e da disfarsi dopo la
festa. Infatti il presepe in Puglia non è mai
stato considerato un "pezzo" di arredamento
o darte. E questo dava alimento a una ricchissima
produzione popolare che ogni anno si ripeteva. Ecco
perché oggi è tanto difficile ritrovare
le testimonianze della grande stagione del 1800 e
dei primi decenni del'900. Oggi comunque questa grande
tradizione sta rivivendo grazie alla ripresa dinteresse
per il folklore e lartigianato. Si contano una
decina di pupari professionisti e una sessantina di
dilettanti che tali si possono chiamare solo perché
svolgono unaltra attività prioritaria. |